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giovedì 22 novembre 2012

My country doesn't care

"Gli italiani hanno tutto: l’arte, la storia, la cultura, le idee, l’estro, il sole, i mari, le colline e le montagne. Gli manca soltanto un po’ di vergogna” (Anonimo sul web)

Pre-Scriptum: alla Direzione sembra superfluo precisare che nessuno dei fatti e/o personaggi sottocitati è virtualmente inventato.

Ho un amico che possiede e gestisce un ristorante sulla costa Adriatica.
Chi sia questo mio amico, dove il ristorante sia locato, quanto costi l’orata con le patate e quanto bagascia sia la cameriera non sono oggettivamente rilevanti, ne tantomeno degni di nota (eccetto forse l’ultimo assioma, ma analizzabile in separata sede).
X è un cliente abituale del ristorante. E’ un imprenditore milanese di successo, sui quaranta, sposato, con due figli piccoli. Ha ereditato l’azienda chimica dal padre, e fin qui il bel quadretto è intonso e immacolato. Ma subdolo.
Si ritrova a cenare al ristorante del mio amico un paio di sere a settimana, e tutte le sere di tutti i weekend (essendo in possesso di una seconda abitazione nei dintorni). Durante la settimana con varie amanti ruotate a turnover come neanche i centrocampisti del Milan di Allegri. Talvolta anche con signore visibilmente pagate per essere li. Il dizionario online appena da me consultato non le chiama ancora “escort”, e anche a me piace sentirmi vintage e definirle zoccole, anche se fa un po’ troppo “sagra di paese”, e ciò non si addice molto al personaggio. 
Durante il weekend invece presenzia con moglie e figli come se nulla fosse, recitando la parte anche molto bene, mi dicono. Da attore consumato.
La verità è che X non lavora mai, perché il prodotto che va a vendere è necessario e la domanda non subisce cali a causa della crisi. Per sua stessa ammissione la sua azienda va avanti da sola, gestita da un amministratore delegato. Lui non sa nulla di nulla, guadagna alla grande e vive da nababbo tra le sue amanti e la coca.
Si perché una sera (mi è stato raccontato), si ritrovò a chiacchierare del più e del meno con il mio amico a ristorante ormai chiuso e senza altri clienti rimasti. Ad un certo punto alla domanda “scusa, posso?” , il mio amico girato di spalle e credendo che X stesse chiedendo di poter fumare al tavolo diede l’assenso, salvo poi accorgersi una volta girato che quello stava tirando una bella raglia di coca (perdonami madre se conosco anche il linguaggio dei tossici, ma siamo nel 2012 e bisogna sapere un po’ di tante cose).

Y è un uomo sulla cinquantina, forse sessanta. Lo conosco di persona, a differenza di X. Lo conosco sempre grazie al mio amico anonimo ristoratore, ma per questioni che divergono dalle orate con le patate e su cui non mi dilungo. 
Y è uno di quei classici uomini di cui ti fidi appena lo senti parlare per la prima volta. Lo sguardo del buon padre di famiglia a cui affideresti le chiavi di casa. Lo sguardo di chi ha passato la vita a lavorare e a faticare, di chi trovi in primo banco a testa china la domenica mattina in chiesa. Non perché i deviati che frequentano la chiesa siano moralmente superiori (vedi anche: Pietro Pacciani. Vedi anche: Formigoni. Vedi anche: duemila anni di preti pedofili), ma spero almeno di avervi dato un’idea abbastanza chiara (altrimenti siete pregati di alzare la mano come alle elementari).
Y un imprenditore di successo lo è stato per anni, meritandoselo. Frutti del duro lavoro, glielo si legge in fronte. Per anni ha venduto il suo prodotto allo stato (no clienti alternativi, ma anche qui non mi dilungo). 
Poi, un bel giorno lo stato è stato costretto a stringere i cordoni della borsa e ha smesso di pagarlo. Il tempo è passato, lui non è più riuscito a coprire i costi necessari per continuare a lavorare offrendo il servizio, ed è stato costretto ad abbassare la serranda. Una delle tante imprese a cui l’insolvente stato italiano non ha restituito qualcosa come 26 miliardi di euro (risultato della sommatoria).
Y è fallito e ha perso tutto. Da allora non ha più avuto il tenore di vita che si era conquistato con merito. Ha attraversato una lunga depressione, da cui ora è uscito. Non ostante sia ancora evidente un'ombra di malinconia addormentata agli angoli della bocca. E ora lavora ancora, ma previa mediocre retribuzione mensile.
Lo stato ha smesso di pagare Y perché le sue casse sono vuote. Perché i soldi vengono usati per rimborsare centinaia di miliardi di euro di interessi annuali su un debito pubblico causato da decenni di mala gestione. Vengono usati per mantenere i 900 beoti che una costituzione redatta nel nome della D-E-M-O-C-R-A-Z-I-A ha piazzato in parlamento (Vedi anche: assemblea costituente composta da comunisti e democristiani scottati dal fascismo. Vedi anche: piazziamo mille parlamentari cosi come fa a instaurarsi una nuova dittatura? E cosi almeno ci metteranno un milione di anni a partorire una legge perché devono essere d’accordo in cinquecento, nel nome della D-E-M-O-C-R-A-Z-I-A di vostra sorella). Non ultimo, i soldi vengono sprecati in opere pubbliche non finite e/o non necessarie, per pagare assegni a invalidi che non sono realmente invalidi, per mantenere mille enti inutili amministrati dall'amico dell'amico del politico amico.
In Italia, X ce l’ha fatta. Anche se è un imbecille. Anche se ha il cervello cotto dalla coca, anche se presto sua moglie scoprirà le sue 237 amanti e tutto andrà in fumo, e anche se non sa nemmeno di che colore sia la porta del suo ufficio. Ma ce l’ha fatta, per ora.
In Italia, Y ha pagato colpe non sue, e il suo sogno si è interrotto per sempre.
In un paese serio tutto ciò non sarebbe ammesso, ma evitato per manifesta indecenza.
In Italia, invece, digeriamo tutto.

P.M

martedì 13 novembre 2012

Bereshit. La Genesi.

“Il genio da inizio alle opere belle, ma soltanto il lavoro le compie” (Joseph Joubert-“Pensieri”-1838)

01.41
Molti di voi sanno chi sono veramente, ma pochi sanno perché lo faccio.
Forse nemmeno io. Io sono l’Errante. Quello che ha scelto di iniziare la sua seconda avventura da blogger circa venti minuti fa, sotto la doccia, finchè il fiato gli puzzava ancora di Lerdammer a causa di quello che pretendeva di essere l’ultimo spuntino pre-nanna. Pretendeva, lui. Perché in realta sono le 01:43. Ma se per caso in un futuro prossimo vi troverete a leggere queste righe, sarà il pomeriggio di martedì 13 novembre 2012. Ho bisogno di qualche ora per riflettere, per capire se è una minchiata o una minchiata grossa. Nel primo caso, posterò e mi ci dedicherò, nel secondo, questo blog resterà un aborto* (*nota per l’editore: battuta scrausa per pochi affezionatissimi eletti, non modificare ne cancellare).
“Il secondo disco è sempre il più difficile”, diceva Caparezza. No aspettate. In realtà faceva: “il secondo disco èèèè sempre il più diffiiiiciiiileeeee nella carriera di un artistaaaa”. Vi suona più familiare ora? L’avete riconosciuta? Vi sentite meglio con voi stessi?.
Non so cosa mi spinga a dar vita al mio secondo blog un paio d’anni dopo il discreto successo di “Bene ma non benissimo”. Forse la voglia irrefrenabile di inserire “blogger” e non più “universitario tiratardi” nella mia dichiarazione dei redditi immaginaria che ogni anno compilo solo nella mia mente malata. Forse la telefonata ricevuta circa due settimane fa. Non vi svelo l’identità del mio interlocutore. Così, perché non mi va. Perché “il pallone l’ho portato io e le squadre e le regole le decido io”. Perché sono un bastian contrario. E’ tuttavia una personalità piuttosto influente nella terra dei miei padri (vedi anche: bassa veronese. Vedi anche: Città (!) di Cerea). Disse che mi segue costantemente su face book e lo faccio sbellicare. Ah, e che dovrei scrivere un libro. Gli ho chiesto se si rendesse conto di avere a che fare con un asino, ma si è messo a ridere, sbellicandosi nuovamente invano. Non ha capito che non era una battuta anche quella. Poco male.
Siccome per scriver libri sarebbe consigliato non essere ne asini, ne erranti (vedi anche: mistake prone), ne avere tra le meno scabrose perversioni mentali quella di compilare bizzarre dichiarazioni dei redditi immaginarie, eccomi qui. Poi dai, mi mettessi a scrivere un libro non potrei nemmeno snocciolare un “vaffanculo mannaggiagesù” ogni quattro per due, e non sarei me stesso. Qui invece è consentito e non vi sono controindicazioni (famosa regola del pallone portato, vedere sopra).
Io sono l’Errante perché erro. Che non è la prima persona singolare dell’imperfetto indicativo del verbo essere dotato di errore di battitura. Erro spesso perché sono un pressappochista (due p mi suggeriscono dal pubblico, non si smette mai di imparare, porcomondo). Me lo disse per prima la maestra Nadia, una quindicina di anni orsono. Dovevo disegnare un non so che cazzo di paesaggio invernale di merda. Una volta arrivato quatto quatto alla cattedra, gli annali sostengono che il mio operato non fu gradito. “Mirandola, sei un pressappochista!!”. Io, come tutti i bimbi delle elementari al cospetto della maestra dotato della personalità di un savoiardo finito sul fondo della tazza di latte, annuì, girai i tacchi e me ne tornai al mio posto a tentare di disegnare quella merda con più diligenza.
Da quel giorno, so di essere un pressappochista. Un fardello. Un’incudine sulle spalle. Il mio golgota personale. Come trauma infantile maggiore ricordo solo il mio criceto spiaccicato in mezzo al giardino e George Weah ceduto all’Olympique Marsiglia in cambio di una bottiglia di Franciacorta e un buono sconto al bancone dei salumi dell’autogrill di Bagnolo di Po.
Quando termino un capitolo e passo al prossimo senza essere sicuro di aver compreso, mi ricordo delle parole della maestra Nadia. Quando passo lo swiffer ma mi rendo conto di saltare gli angoli della stanza sovrappensiero, mi ricordo di quelle parole. Da allora mi rendo conto ogni volta che pressappocheggio.
In questo blog dirò la mia, con leggerezza e su argomenti random. E con un pizzico di cinismo e nequizia, che non guastano mai. Se nell’esternare la mia opinione mi trovate in fallo, ricordatevi che è tutto regolare. Perché io sono l’Errante. Vi prego di non infierire (nb: nel caso non riusciate a non infierire, spero almeno voi siate donne e non vi fermiate prima dell’happy ending come fanno alcune).
Ad ogni modo, nel frattempo non so che fine abbia fatto la maestra Nadia. Per quel che so, potrebbe anche aver vinto un nobel nell’indifferenza generale come essere morta cadendo dalle scale e sbattendo la testa quarantasei volte come tutte le vecchie di merda nei film.
Ogni tanto mi ritrovo ancora seduto al tavolo a disegnare nuvole e paesaggi e fiocchi di neve. Chiuso nel mio silenzio assordante, come un bimbo autistico. E mano a mano che passano gli anni sono sempre più allenato e preciso, e i paesaggi sono sempre più belli. E io mi compiaccio.
Ma nulla mi potrà impedire di risvegliarmi nel cuore della notte fino alla fine dei miei giorni, tutto sudato e con la stridula voce della maestra Nadia nelle orecchie: “Mirandola, sei un pressappochista!!”

02.39
P.M.