Quando mia madre mi disse che Babbo Natale non esisteva, mi sentii in obbligo di dirle la verità su Dio.
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martedì 1 ottobre 2013
Lanterna Rossa
"Lasciate dormire la Cina, perché al suo risveglio il mondo tremerà” (Napoleone Bonaparte)
Hua Ting Hotel Tower, Shanghai
22esimo piano, stanza 04
Giorno nr. 10
Quando l’Imperatore prima di andare a dormire si intratteneva con una concubina in una delle centinaia di stanze della Città Proibità, le lanterne rosse all’esterno venivano accese.
Significava che il divertimento era iniziato, che tutto all’interno andava bene.
Da allora, la lanterna rossa accesa per i cinesi è diventata molto più di un semplice simbolo. Come l’Ichtys per i cristiani, il pesce con cui si identificavano l’un l’altro tra la folla per non destare sospetto tra i pagani. Tutti i ristoranti cinesi in giro per il mondo hanno al proprio esterno delle lanterne rosse accese. E’ rassicurazione. E’ sentirsi a casa. Una pacca sulla spalla, un occhiolino strizzato. “Ehi fratello vieni qui, sei dei nostri fratello, qui sei a casa”.
In Cina la dittatura non se ne è ancora completamente andata, e la mia impressione è che ciò in Europa non traspaia completamente. L’informazione è filtrata. Non vi è accesso ai social networks, ne a youtube. Impossibile accedere ai siti internet dei quotidiani stranieri. Google è lentissimo perché certe parole vengono filtrate, affinchè il popolo non venga a conoscenza di ciò che al Governo non è gradito. E ciò ne blocca sicuramente l’esplosione definitiva.
I terreni edificabili sono ancora tutti di proprietà statale. Se qualcuno vuole comprare una casa, gli viene venduta con riserva di proprietà per 70 anni, dopodiché essa ritorna allo Stato. Vi è un solo sindacato, amministrato dal Governo. Il quale spesso è anche il tuo datore di lavoro. Il Governo da lavoro. Il Governo ti tutela. Il Governo ti controlla. Il Governo non vuole ancora che tu ti arricchisca troppo. Decide cosa puoi e non puoi fare. Cosa puoi e non puoi sapere. Conoscenza ma a piccole dosi. Sapere ma a piccole dosi. Proprietà privata e capitale ma a piccole dosi. Perché in realtà la Cina sta cambiando, si sta evolvendo, sta crescendo. Lo dicono i dati, lo dice il panorama. Grattacieli in costruzione ovunque, le metropoli mutano ogni mese. Nuove aziende crescono dal nulla, vita frenetica, lavoro e denaro, stipendi e consumi in crescita. Perché dalla caduta del comunismo, seppur le scorie non siano ancora del tutto smaltite, qualcosa è cambiato. Qualcosa si è acceso, nonostante le contraddizioni di un socialismo sfrenato ma talvolta farlocco: l’assicurazione sanitaria non è gratuita, ma a pagamento. E soprattutto non sono i cittadini ad essere al centro di tutto ma una visione estremamente organicista dello Stato che controlla e ingloba tutto.
Non sono riuscito a capire se avvengano vere e proprie torture, perché vi è una barriera altissima tra i turisti occidentali e la popolazione. La nostra guida a Pechino (viaggiavo con una decina di italiani, rimasti in sei dopo Xi’an) si è arrabbiata moltissimo per le nostre domande politiche. Per le nostre domande riguardo i rapporti con Taipei, con la Mongolia, con l’Occidente. “La Madre Cina non odia nessuno. Siamo tutti amici. Io non posso parlare di politica, io devo fare il mio lavoro”. Educazione militare e disciplina. Sempre puntuali, sempre di fretta, rispettare i tempi. Alcune donne hanno ancora i capelli tagliati corti come ai tempi di Mao, il quale è ancora venerato come un Dio. Sue raffigurazioni ovunque, molte persone le vedi ancora indossare il cappello verde con la stella rossa, venduto a ogni angolo delle strade delle metropoli. La sua gigantografia campeggia ancora a Pechino in piazza Tienanmen.
Tutte le quattro guide che abbiamo incontrato in questi dieci giorni si arrabbiavano con noi quando restavamo indietro a fotografare, a guardare, a osservare. Professori e alunni. L’anatra e i suoi anatroccoli. Noi per loro non eravamo dieci italiani in viaggio organizzato, ma eravamo soldati. Obbligati a svegliarci alle sei e a finire entro le diciotto (ora del ritorno in albergo) il programma di visite giornaliero. Disciplina cazzo, disciplina. Nessuna perdita di tempo, solo rispetto degli stessi. I cinesi vengono da secoli educati cosi e per loro la lentezza e la cagnara italiana è inconcepibile. Ordine e raggiungimento del risultato. “E se volete lamentarvi di me, fatelo con l’agenzia”, ci ha detto una delle quattro, serissima, prendendo in malo modo una nostra battuta.
Pechino è abbastanza deludente, una grande scatola molto pulita e controllata ogni angolo da telecamere, ma esteticamente anonima e standardizzata. Piazza Tienanmen è enorme ma chiusa dopo le sei del pomeriggio e presidiata dalla polizia a tutte le ore. La Città Proibita enorme anch’essa ma non c’è accesso per i turisti alle stanze interne. Tomba dinastia Ming e Palazzo d’Estate di scarso interesse. La Grande Muraglia è invece a Badaling, a 2 ore dalla città e non distante dal confine con la Mongolia, da cui l’Impero Cinese necessitava di difendersi. Enorme e lunghissima snodata tra verdi montagne ventose. Pazzesco pensare alla mole di uomini e lavoro necessari per costruirla più di 2000 anni fa. Xi’an è una città di 5 milioni di abitanti nello Shaanxi, nel nord-ovest. L’esercito di terracotta lascia a bocca aperta e il centro pedonale è molto carino e con negozi di marca, ma la periferia è poverissima e degradata. Guilin è una piccola cittadina di pescatori sul fiume Lijiang (ne abbiamo fatto un pezzo in crociera, panorama più bello che io abbia mai visto). Verde, graziosa e piena di giardini. Shanghai è una delle città più belle che abbia mai visto. E’ l’immagine della Cina dei nostri giorni: i templi buddhisti della città antica con sullo sfondo i grattacieli di Pudong (il quartiere finanziario). La storia e lo sviluppo. La tradizione e la crescita. Il boom economico e chi non si vuole staccare dalle origini. Il vecchio e il nuovo che avanza, si estende e si mangia l’antico.
Ieri sera mi stavo facendo un margarita in un locale della Concessione Francese con un ragazzo di Pescara che ha viaggiato con me. Tra il frastuono e la musica a tutto volume, guardandomi intorno ho scorto pochi tavoli più in la un gruppo di ragazzi della mia età, forse universitari, che brindavano ben vestiti. Ad un tratto, uno di questi ha incrociato il mio sguardo, e per qualche secondo ci siamo fissati. Mi ha sorriso. E io non ho potuto far altro che sorridergli di rimando.
Sull’aereo all’andata mi chiedevo cosa fosse in realtà la Cina.
La Cina è quel ragazzo.
La Cina sono le cameriere degli alberghi che vedono il loro stipendio crescere ogni mese ma non spiaccicano ancora una parola d’inglese. La Cina sono i contadini che finalmente stanno iniziando a fare i soldi, vengono per le prime volte in vacanze nelle città e fanno le foto agli occidentali perché da giovani e nelle campagne non li hanno mai visti. La Cina è il contadino di Guilin che portava le caprette a spasso tra i grattacieli. La Cina sono i negozi Gucci e Apple Store di Nanjing Road e il mendicante mutilato fuori che chiede l’elemosina. La Cina sono i business man incravattati sulle bmw che svoltano agli angoli in cui i venditori ambulanti hanno Mao Zhedong stampato sulla maglietta. La Cina sono le centinaia di condomini a cinquanta piani che stanno costruendo in ogni città che ho visto. La Cina sono il cashmere e le perle di Giada a prezzi bassissimi e certificati ma in realtà tarocchi. La Cina sono i ragazzi che per 20 yuan ti portano in giro in risciò tra le strade di Pechino mentre tutto intorno a loro odora di nuovo. La Cina sono le due prostitute magrissime e dall’aria malaticcia che mi hanno avvicinato al mercato di Yangshou in pieno giorno in mezzo alla folla, durante la sosta tra le colline sulla riva del Lijiang. La Cina sono gli enormi aeroporti appena costruiti ma ancora mezzi vuoti.
Fra poche ore un Airbus dell’Emirates mi riporterà a casa. Finchè sono qui che vi scrivo dalla scrivania della mia stanza d’hotel, con le tempie che mi pulsano per la fatica di questi dieci giorni con l’acceleratore premuto a far su e giù da autobus e aerei, guardo fuori continuamente perché le luci i colori e le decine di strade sopraelevate che si incrociano catturano la mia attenzione. I rumori delle auto li sento anche da qui, dal piano ventidue. I clacson li sento anche di notte. La città respira a tutte le ore. Fino a una ventina di anni fa, qui non vi era nulla di tutto ciò, e coloro che ora incroci con la ventiquattrore sulle rive del Bund che camminano di fretta, al tempo crescevano tra la polvere.
La Cina è partita, e il trono dell’Occidente è destinato a cadere.
La lanterna si è accesa.
Ora è solo questione di tempo.
P.M
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