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martedì 1 ottobre 2013

Lanterna Rossa


"Lasciate dormire la Cina, perché al suo risveglio il mondo tremerà” (Napoleone Bonaparte)

Hua Ting Hotel Tower, Shanghai
22esimo piano, stanza 04
Giorno nr. 10

Quando l’Imperatore prima di andare a dormire si intratteneva con una concubina in una delle centinaia di stanze della Città Proibità, le lanterne rosse all’esterno venivano accese.
Significava che il divertimento era iniziato, che tutto all’interno andava bene.
Da allora, la lanterna rossa accesa per i cinesi è diventata  molto più di un semplice simbolo. Come l’Ichtys per i cristiani, il pesce con cui si identificavano l’un l’altro tra la folla per non destare sospetto tra i pagani. Tutti i ristoranti cinesi in giro per il mondo hanno al proprio esterno delle lanterne rosse accese. E’ rassicurazione. E’ sentirsi a casa. Una pacca sulla spalla, un occhiolino strizzato. “Ehi fratello vieni qui, sei dei nostri fratello, qui sei a casa”.
In Cina la dittatura non se ne è ancora completamente andata, e la mia impressione è che ciò in Europa non traspaia completamente. L’informazione è filtrata. Non vi è accesso ai social networks, ne a youtube. Impossibile accedere ai siti internet dei quotidiani stranieri. Google è lentissimo perché certe parole vengono filtrate, affinchè il popolo non venga a conoscenza di ciò che al Governo non è gradito. E ciò ne blocca sicuramente l’esplosione definitiva.
I terreni edificabili sono ancora tutti di proprietà statale. Se qualcuno vuole comprare una casa, gli viene venduta con riserva di proprietà per 70 anni, dopodiché essa ritorna allo Stato. Vi è un solo sindacato, amministrato dal Governo. Il quale spesso è anche il tuo datore di lavoro. Il Governo da lavoro. Il Governo ti tutela. Il Governo ti controlla. Il Governo non vuole ancora che tu ti arricchisca troppo. Decide cosa puoi e non puoi fare. Cosa puoi e non puoi sapere. Conoscenza ma a piccole dosi. Sapere ma a piccole dosi. Proprietà privata e capitale ma a piccole dosi. Perché in realtà la Cina sta cambiando, si sta evolvendo, sta crescendo. Lo dicono i dati, lo dice il panorama. Grattacieli in costruzione ovunque, le metropoli mutano ogni mese. Nuove aziende crescono dal nulla, vita frenetica, lavoro e denaro, stipendi e consumi in crescita. Perché dalla caduta del comunismo, seppur le scorie non siano ancora del tutto smaltite, qualcosa è cambiato. Qualcosa si è acceso, nonostante le contraddizioni di un socialismo sfrenato ma talvolta farlocco: l’assicurazione sanitaria non è gratuita, ma a pagamento. E soprattutto non sono i cittadini ad essere al centro di tutto ma una visione estremamente organicista dello Stato che controlla e ingloba tutto.
Non sono riuscito a capire se avvengano vere e proprie torture, perché vi è una barriera altissima tra i turisti occidentali e la popolazione. La nostra guida a Pechino (viaggiavo con una decina di italiani, rimasti in sei dopo Xi’an) si è arrabbiata moltissimo per le nostre domande politiche. Per le nostre domande riguardo i rapporti con Taipei, con la Mongolia, con l’Occidente. “La Madre Cina non odia nessuno. Siamo tutti amici. Io non posso parlare di politica, io devo fare il mio lavoro”. Educazione militare e disciplina. Sempre puntuali, sempre di fretta, rispettare i tempi. Alcune donne hanno ancora i capelli tagliati corti come ai tempi di Mao, il quale è ancora venerato come un Dio. Sue raffigurazioni ovunque, molte persone le vedi ancora indossare il cappello verde con la stella rossa, venduto a ogni angolo delle strade delle metropoli. La sua gigantografia campeggia ancora a Pechino in piazza Tienanmen.
Tutte le quattro guide che abbiamo incontrato in questi dieci giorni si arrabbiavano con noi quando restavamo indietro a fotografare, a guardare, a osservare. Professori e alunni. L’anatra e i suoi anatroccoli. Noi per loro non eravamo dieci italiani in viaggio organizzato, ma eravamo soldati. Obbligati a svegliarci alle sei e a finire entro le diciotto (ora del ritorno in albergo) il programma di visite giornaliero. Disciplina cazzo, disciplina. Nessuna perdita di tempo, solo rispetto degli stessi. I cinesi vengono da secoli educati cosi e per loro la lentezza e la cagnara italiana è inconcepibile. Ordine e raggiungimento del risultato. “E se volete lamentarvi di me, fatelo con l’agenzia”, ci ha detto una delle quattro, serissima, prendendo in malo modo una nostra battuta.
Pechino è abbastanza deludente, una grande scatola molto pulita e controllata ogni angolo da telecamere, ma esteticamente anonima e standardizzata. Piazza Tienanmen è enorme ma chiusa dopo le sei del pomeriggio e presidiata dalla polizia a tutte le ore. La Città Proibita enorme anch’essa ma non c’è accesso per i turisti alle stanze interne. Tomba dinastia Ming e Palazzo d’Estate di scarso interesse. La Grande Muraglia è invece a Badaling, a 2 ore dalla città e non distante dal confine con la Mongolia, da cui l’Impero Cinese necessitava di difendersi. Enorme e lunghissima snodata tra verdi montagne ventose. Pazzesco pensare alla mole di uomini e lavoro necessari per costruirla più di 2000 anni fa.  Xi’an è una città di 5 milioni di abitanti nello Shaanxi, nel nord-ovest. L’esercito di terracotta lascia a bocca aperta e il centro pedonale è molto carino e con negozi di marca, ma la periferia è poverissima e degradata. Guilin è una piccola cittadina di pescatori sul fiume Lijiang (ne abbiamo fatto un pezzo in crociera, panorama più bello che io abbia mai visto). Verde, graziosa e piena di giardini. Shanghai è una delle città più belle che abbia mai visto. E’ l’immagine della Cina dei nostri giorni:  i templi buddhisti della città antica con sullo sfondo i grattacieli di Pudong (il quartiere finanziario). La storia e lo sviluppo. La tradizione e la crescita. Il boom economico e chi non si vuole staccare dalle origini. Il vecchio e il nuovo che avanza, si estende e si mangia l’antico.
Ieri sera mi stavo facendo un margarita in un locale della Concessione Francese con un ragazzo di Pescara che ha viaggiato con me. Tra il frastuono e la musica a tutto volume, guardandomi intorno ho scorto pochi tavoli più in la un gruppo di ragazzi della mia età, forse universitari, che brindavano ben vestiti. Ad un tratto, uno di questi  ha incrociato il mio sguardo, e per qualche secondo ci siamo fissati. Mi ha sorriso. E io non ho potuto far altro che sorridergli di rimando.
Sull’aereo all’andata mi chiedevo cosa fosse in realtà la Cina.
La Cina è quel ragazzo.
La Cina sono le cameriere degli alberghi che vedono il loro stipendio crescere ogni mese ma non spiaccicano ancora una parola d’inglese. La Cina sono i contadini che finalmente stanno iniziando a fare i soldi, vengono per le prime volte in vacanze nelle città e fanno le foto agli occidentali perché da giovani e nelle campagne non li hanno mai visti. La Cina è il contadino di Guilin che portava le caprette a spasso tra i grattacieli. La Cina sono i negozi Gucci e Apple Store di Nanjing Road e il mendicante mutilato fuori che chiede l’elemosina. La Cina sono i business man incravattati sulle bmw che svoltano agli angoli in cui i venditori ambulanti hanno Mao Zhedong stampato sulla maglietta. La Cina sono le centinaia di condomini a cinquanta piani che stanno costruendo in ogni città che ho visto. La Cina sono il cashmere e le perle di Giada a prezzi bassissimi e certificati ma in realtà tarocchi. La Cina sono i ragazzi che per 20 yuan ti portano in giro in risciò tra le strade di Pechino mentre tutto intorno a loro odora di nuovo. La Cina sono le due prostitute magrissime e dall’aria malaticcia che mi hanno avvicinato al mercato di Yangshou in pieno giorno in mezzo alla folla, durante la sosta tra le colline sulla riva del Lijiang. La Cina sono gli enormi aeroporti appena costruiti ma ancora mezzi vuoti.
Fra poche ore un Airbus dell’Emirates mi riporterà a casa. Finchè sono qui che vi scrivo dalla scrivania della mia stanza d’hotel, con le tempie che mi pulsano per la fatica di questi dieci giorni con l’acceleratore premuto a far su e giù da autobus e aerei, guardo fuori continuamente perché le luci i colori e le decine di strade sopraelevate che si incrociano catturano la mia attenzione. I rumori delle auto li sento anche da qui, dal piano ventidue. I clacson li sento anche di notte. La città respira a tutte le ore. Fino a una ventina di anni fa, qui non vi era nulla di tutto ciò, e coloro che ora incroci con la ventiquattrore sulle rive del Bund che camminano di fretta, al tempo crescevano tra la polvere.
La Cina è partita, e il trono dell’Occidente è destinato a cadere.
La lanterna si è accesa.
Ora è solo questione di tempo.

P.M


venerdì 17 maggio 2013

Se son rose marciranno


“La terra non ha memoria…
 …eppure, da sempre, ricorda.” (Fuori da un evidente destino-Giorgio Faletti)

Avevo promesso a me stesso sarei tornato qui esattamente un anno dopo.
Sono passati meno di undici mesi. Ma oggi passavo da queste parti, e quindi mi ritrovo qui, su questa panchina. La panchina, il parco, il parcheggio. Non dove tutto è iniziato, ma dove tutto è finito.
E’ la seconda volta soltanto in realtà che capito qui nella mia vita, ma oggi come allora il cielo è grigio. Forse qui piove sempre. Forse non devo tornarci mai più.
Per mesi, i ricordi di quel giorno e di quei due mesi sono rimasti intrappolati nelle mie pupille, incapace di liberarmene. Per mesi sono stati incubi, incudini in pieno petto, fitte a cadenza regolare.
Ora non fanno più così male, ma restano vivi come tatuati sulle retine.
Appena mi siedo sulla panchina, li rivedo tutti. Come un nastro muto e in bianco e nero. Dato in un cinema anch’esso in bianco e nero. L’unico rumore è quello della cinepresa e io sono l’unico spettatore, rintanato nell’ultima fila a guardare un film di cui già conosco la trama. Le labbra degli attori si muovono ma sono mute. Io non ho bisogno di sentire. Perché quei dialoghi li conosco già a memoria. Perché non voglio sentire. Perché io sono uno degli attori.
E ad un tratto, dopo qualche mese tutto torna a fare male. Brucia, come l’ago quando non centra la vena.
Come spesso mi accade, sono conscio che presto col passare del tempo inizieranno a sbiadirsi del tutto, quindi ho bisogno di metterli per iscritto.
Ci sono storie che finche le racconti si consumano, fino a finire. Altre, che finche le racconti consumano te.
Tra queste righe trovate più o meno la storia di ciò che è successo.

Play
May 5th. “sono ore che siamo qui ormai, mi stanno cadendo le diottrie, le sento rotolare sul pavimento”, “finchè son le diottrie a caderti va ancora bene dai”. “ahah, senti è stato un piacere per me, questo è il mio numero..se vuoi bene, se no grazie per il pomeriggio”. “E’ stato un piacere anche per me”.
Following days. “Sei un ragazzo molto particolare”. “Lo so. Non piaccio subito di solito…beh neanche dopo….sempre di solito, beh vabbè, hai capito”......“Buonasera signorina, sono della Vodafone, la chiamavo per propr..”, “mmm..no in realt..”, “dai tonta non senti che sono io”….“Quando mi hai chiamata stavo rileggendo Kundera, la parte in cui descrive la bellezza della città di New York. Ti ho pensato per forza”.
May 19th. “ehi ciao, cosa fai qui?”, “mah, la stessa cosa che fai tu credo”……“allora, adesso che mi hai visto dal vivo cosa ne pensi?”, “mi sono addormentata pensando alle fossette che ti compaiono quando ridi”.
May 25th. “Senti ma domani sera cosa fai?”, “niente”, “sicura?”, “si si, perché?”, “indovina”, “ok dai, anche se mi fai andare giù la pressione”, “perché?”, “bo, hai presente l’ansia pre interrogazione?”, “basta che non mi guardi con quegli occhi da cerbiatta e andrà tutto bene”.
May 31st. “Ti porterei in un posto ma ormai fa buio”. “Tranquillo non ho paura che mi stupri”…. “Mi dispiace averti fatto fare i chilometri sotto il sole per me”. “Io facevo i chilometri sotto il sole per te ma tu li facevi nel mio cuore”, “ok facciamo che con questo hai saldato il debito del sonetto a rime incatenate”
June 6th. “La devi smettere di pagare per me. Solo quando andremo a cena fuori, da bravi fidanzatini”
June 8th. “Ma non avevi detto che restavi qui a dormire?”. Aperitivo, bacio sul ponte. “Posso dartene un altro?”, “si”. Gradini della chiesa, atti osceni in luogo pubblico. “Vieni, andiamo a casa”. Appartamento mio, il buio, il divano. Il letto, gambe divaricate. Tanga nero. “Mi farai del male anche tu?”, “ti fidi di me?”, “si”, “si?”, “si”…….“Entra o smetti”.
Non ho più attraversato occhi come i tuoi.
Non ho più attraversato labbra come le tue.
June 13rd. “Grazie per la serata Pietro. Ho ancora il tuo profumo addosso”. Il ritorno in macchina. “Wicked Game”, Chris Isaak, 1985. Tutto liscio per ora come mai, chissà quando finirà. Chissà se finirà. La sensazione errata di sentirsi a metà strada su una strada infinita.
June 15th. “Ci sentiamo dopo ok?”, “ok”…..”senti ma c’è qualcosa che non va?”, “no giuro”.
9 giorni. Dubbi, certezze. Film già visto. L’incontro, altra panchina, diversa. “Tutto come prima allora non è cambiato niente?”, “si”, “giura”, “giuro”.
June 24th. “Ho bisogno di parlarti”, “lo so”, “ti voglio bene Pietro”. Silenzio. “Lo so”
Eccoci. Questa panchina, il parco, il parcheggio. Io che guardo un punto fisso ascoltando quelle parole. “Lui è lui, ma ti voglio bene, per quello sono qui”. "Hai rovinato tutto, non ha più senso". Silenzio. Ci alziamo, cambiamo posto. Il campo di grano, accovacciati. Il sole che tramonta. "Se fosse andata avanti avrei avuto anche io la mia possibilità?", "si". Alzo il culo, via, può bastare. 3 della notte…”questo messaggio te lo volevo mandare alle otto, ma non riesco a dormire…se non vuoi più sentirmi ti capisco, ma scrivimi per ogni cosa ogni volta che vuoi…bla bla bla”. Io che non capisco,non connetto,  testa riversa sul cesso. “Non vi è perdono per chi ha tradito” scritto a pennarello rosso sul muro del bagno. Mi sveglio col telefono ancora in mano, vibra. “Andrà tutto bene vedrai”. Fanculo cazzo.

Stop
Game over
Sospiro
Play

Vorrei ricordare tutti i dettagli che ho dimenticato. Vorrei dimenticare ciò che da allora non ho più scordato.
L’estate, il martirio. Sentirsi come un vecchio libro impolverato sulla libreria che nessuno legge più. “Senti non ce la faccio, possiamo restare in contatto?”, “è tutto ciò che desidero, veramente, grazie”…..”Volevo chiamarti per ringraziarti delle rose. Sono bellissime e..non dovevi, ma grazie, sei un tesoro”. Incontri fugaci, casuali. Poi l’autunno. Sentirsi sempre meno, le scuse patetiche, come è naturale che sia.
“….terzo: se non ci vediamo cosi spesso è anche perché è più facile per me essere convinta di aver fatto la scelta giusta quando non ti ho davanti. Quindi cerca di capirmi, ti prego”. Poi tutto a rotoli definitivamente, lentamente. Anche per mia colpa. Anche per mia grandissima colpa. Perché io sono cosi. O tutto o niente, le mezze vittorie le lascio ai mezzi uomini come voi. Ma era scritto.
Silenzio
Silenzio
Silenzio
Silenzio
Silenzio
“Mi vuoi ancora bene un minimo?”, “certo, lo sai”.
No che non lo so.

Stop
Eject

Mirandola, Pietro.
Mancò la fortuna, non il valore.

P.M.

domenica 21 aprile 2013

L'equivoco Italiota

"Mellus terra senz'e pani, che terra senza justizia" (Proverbio sardo)

Se quei due la bomba anzichè a Boston l'avessero piazzata in Italia, passerebbero i prossimi dieci anni tra avvisi di garanzia, sentenze di primo grado ricorse in appello, perizie e contro perizie scientifiche e psichiatriche, serate in salotto da Vespa pagati a peso d'oro, e poi magari troverebbero il tempo di pubblicare una loro autobiografia edita Mondadori che milioni di coglioni comprerebbero. Me compreso. Il processo si chiuderebbe per mancanza di prove, ma altre 7 procure riaprirebbero subito l'inchiesta cercando di rubarsi il posto a vicenda sui rotocalchi. Magari Pannella si mobiliterebbe per loro definendoli perseguitati dalla società, e inizierebbe il suo 45esimo sciopero della fame. Grillo riempirebbe ancora le piazze sostenendo che in realtà è un complotto delle banche in combutta con la massoneria e gli alieni, mentre secondo Vendola e la sinistra sarebbero vittime delle scorie fasciste rimaste intrinseche nel tessuto sociale e ci ricorderebbero che l'Italia è prima di tutto ancora uno Stato di Diritto, scendendo tutti in piazza insieme alle madri di Giuliani e Aldrovandri perchè dai video si evince che un poliziotto durante l'arresto ha dato loro uno schiaffo sulla testolina. Per loro si muoverebbero anche l'Unione Islamica Italiana, il wwf, la cigl, cisl, uil, anas, aiscat e autostrade. Il Papa si affaccerebbe sul suo balcone di merda ricordandoci che infondo sono figli dell'altissimo e per le loro anime la porta del perdono è sempre spalancata. Saviano si lamenterebbe ospite da Fazio perchè tutto ciò sta distogliendo l'attenzione pubblica dagli orrori della camorra e quindi è evidentemente una manovra del pdl appoggiato dai clan. Alla fine il reato si prescriverebbe, e i due aprirebbero un chiosco sulla spiaggia a Rio finendo i propri giorni sfondandosi di caipirinhe.
In tutto ciò, Bersani si aggirerebbe ancora spastico ripetendo di voler smacchiare il giaguaro (?), e che Berlusconi si deve dimettere.

Negli Usa sono stati identificati e dopo poche ore uno morto con la testa aperta e l'altro catturato. A breve finirà impiccato o sulla sedia elettrica. Fine delle trasmissioni.

Quando dico che in Italia manca l'efficienza, ora mi capite?


P.M.

lunedì 8 aprile 2013

Paramnesia


“La fantasia si può paragonare al sogno di Adamo: Adamo si destò, e scoprì che era verità”
(John Keats-Lettera a Benjamin Bailey-1817).
Il testo di seguito riportato è frutto della fantasia del sottoscritto nonché autore del linkato blog, ed è quindi di sua proprietà intellettuale. Vorrei quindi minacciarvi che la riproduzione totale o parziale dello stesso è vietata ai sensi delle più recenti disposizioni degli organi competenti, ma ciascuno di voi potrebbe oppormi il fatto che probabilmente lo stesso blog non è esattamente ciò che il Legislatore intendeva con "opere intellettuali", nel primissimo articolo della legge 633/41. Indi per cui, potete fare quel cazzo che vi pare, come troppo spesso accade in questo paese di merda. Con stima immutata,
L'Errante.



Che stavamo correndo un pericolo grosso era stato chiaro il 6 Maggio del 2028, quando le macchie solari avevano disturbato ed impedito di fatto ogni trasmissione a distanza che necessitasse la modulazione di un segnale elettrico.
Quel giorno infatti non vi fu segnale GPS, e le auto a guida automatica dovettero restare spente nei garage. Internet taceva muta, niente informazione.
Leggere un e-libro impossibile, dato che da almeno 5 anni i libri 'esistevano' solo memorizzati in grosse scatole silenziose installate in fondo a qualche deserto, e quindi irraggiungibili.
Qualche giorno dopo la situazione tornò normale, almeno apparentemente. Le trasmissioni a distanza tornarono possibili ma senza preavvisi la temperatura media terrestre s’impennò vertiginosamente, ponendo fine al ciclo delle quattro stagioni, ma dando vita al caos. Nel giro di pochi anni, il cibo iniziò a scarseggiare, e malattie mai viste prima iniziarono a diffondersi. Milioni di persone morirono ovunque, molti si tolsero la vita. Le borse crollarono e ogni valuta perse quasi completamente valore. L’apparato industriale macroeconomico di quasi ogni paese smise di produrre, perché non vi era domanda. Il mondo si fermò. La gente si riversò nelle strade e molti ammazzarono persone di etnie diverse, accusandoli di essere portatori di malattie e di aver causato il tutto tramite esperimenti chimici malriusciti dei propri governi di provenienza. Soltanto l’intervento degli eserciti riportò la calma, non senza bagni di sangue.
Nei primi mesi del ’30 si arrivò finalmente a un compromesso, a una soluzione parziale. Vi era una stretta cerchia elitaria di dimenticati da Dio giù nella pensiola araba, i quali detenevano i diritti sull’ultima materia prima che avesse conservato il proprio valore dopo quel maledetto giorno del ‘28, a causa della scarsità dello stesso nel sottosuolo. Il petrolio.
Fondarono la Nuova Confederazione degli Stati Arabi Uniti e si resero disponibile a re-finanziare tutti i governi di ogni paese rimettendo il mondo in moto, in cambio di enormi privilegi sociali a qualunque cittadino fosse di religione islamica, presenti in ogni singolo stato del mondo già da quasi un secolo a causa dei flussi migratori. Non avrebbero pagato tasse, avrebbero avuto assistenza e previdenza sociale illimitata e un reddito minimo garantito.
La cosa tuttavia funzionò. Le economie e la produzione tornarono a livelli accettabili così come il benessere sociale. Si riavviò la ricerca, vennero subito scoperti vaccini e molte malattie vennero sconfitte. Tornò l’ordine e la gente riprese una vita pseudo-normale.

Ottobre 2034. L’ultimo.
La notizia si era sparsa in ufficio con un brusio. Quel brusio concentrato che misteriosamente si forma e si diffonde per le notizie davvero grosse. Il brusio questa volta diceva "hanno sparato al Presidente, e' morto, e' morto!"
L’Errante non era certo se crederci, ma il fatto che non riuscisse ad aprire le pagine web dei principali portali d’informazione non era un buon segno.
Come tutte le notizie epocali, aveva bisogno di metabolizzarle fra la gente, per assimilare la notizia e renderla in qualche modo più vera.
Uscì dall'ufficio e si diresse verso il bar più vicino. Li poteva assistere dalla vetrina al via vai degli umani in una prospettiva oggettiva e distaccata.
I baristi ci misero un po' a preparargli il macchiato, ancora il brusio della notizia, questa volta composto da poche voci.
Finalmente si sedette.
Stava scrivendo con una macchina da scrivere del 1900 su quello cheprobabilmente era l'ultimo foglio di carta non in cellulosa esistente al mondo.
Spera che qualcuno sia in grado di leggere questo scritto nel futuro, significherebbe che avete trovato un modo per perpetrare la conoscenza.
Con in mano il rassicurante tepore della bevanda, per un attimo si sentì meglio. Anche quando vide il gruppo di ragazzi nordafricani prendere a calci un grassone con una grossa borsa a tracollo, tutto sommato non si impressionò tanto. Era una scena abituale, in quegli anni di caos.
Ma non lo fu quando spararono al ciccione in testa, e si misero tutti a ridere contemporaneamente.
Non durò molto quella risata, ma era sgangherata, ingiusta ed oscena.
La banda si era accorta dell'uomo in vetrina che li fissava senza emettere smorfie, e si dirigeva minacciosamente verso di lui.
Il telefono squillò e rispose meccanicamente senza pensarci.
Sentì dall'altro capo del telefono una voce femminile famigliare, disperata -torna a casa, hanno ucciso il Presidente, ed un sacco di negri sono in giro e sembrano impazziti. La televisione ha detto che Washington, Londra, Parigi, Mosca e..e... tutto....bruciano e ci sono parecchi morti. Torna a casa!-
L’Errante rispose con un secco - Lo so - e premette il tasto per terminare la chiamata, giusto un attimo prima che il branco gli fosse addosso.
P.M

martedì 19 marzo 2013

Santa Ana 2010


"Per la strada va 
la morte, incoronata, 
di fiori d'arancio appassiti. 
Canta e canta 
una canzone 
sulla sua chitarra bianca 
e canta e canta e canta" (Federico Garcia Lorca)

Il Sabato mattina faceva quasi sempre caldo in California. Anche in Gennaio. Ma la brezza mattutina dall’Oceano rendeva sempre la temperatura perfettamente gradevole.
E fu durante uno di quei sabato mattina di gennaio (“on such a winter day” come dicevano i Beach Boys),  che all’Anaheim Tennis Center mi imbattei in un ragazzo dai tratti somatici messicani (come altri milioni da quelle parti) dal sorriso costantemente stampato sul volto. Era scarso, terribilmente scarso per un giocatore dilettante come me ma che del tennis aveva fatto la maggior passione al tempo del liceo, riempiendo di allenamenti quasi ogni pomeriggio adolescenziale. E così quando mi chiese il numero di cellulare glielo diedi quasi infastidito, quasi con riluttanza, chiedendomi perché avesse voluto giocare con me pur sapendo di essere troppo inferiore facendomi perdere tempo, e sperando non mi avrebbe mai chiamato.
Invece le chiamate arrivarono e fui costretto quindi a farlo allenare con me. Scoprii con sorpresa che il ragazzo non era e messicano, ma indiano di Calcutta, una città dello stato del West Bengala.
Arshad Khan era un ragazzo sui trenta, dalla storia di vita incredibile. Quando era ragazzino era una promessa del cricket nel suo paese, ed era anche finito sul giornale locale perché a livello distrettuale era considerato un fenomeno. Ma la sua famiglia era povera (il padre era mercante mi sembra) ed era quindi costretto ad allenarsi dalle sei alle otto del mattino, prima di andare a scuola e prima di passare il pomeriggio lavorando in fabbrica. Passò cosi ogni giorno con questi ritmi la sua infanzia e la sua adolescenza, fino a quando un bel giorno diede di matto, smise di giocare e di andare a scuola, si licenziò, si chiuse a chiave in una stanza e stette li un mese, aprendola solo per ricevere cibo.  Dopo circa un mesetto, stando al racconto, qualcuno sfondò la porta e Arshad venne portato in una specie di ospedale psichiatrico. Tuttavia, si laureò e scappò dall’India. Lavorò in nero in varie città dell’Inghilterra e dell’Australia, prima di vincere la green card per gli Usa e attraversare l’Oceano.
Mi raccontava tutto questo quando, dopo qualche settimana, iniziammo ad andare spesso a cena la sera in un ristorante indiano di suoi amici, giù a Santa Ana, una decina di miglia a sud della nostra cittadina.
Ridevamo e mangiavamo riso pilaf e pane chapati. Pochi clienti, luce soffusa, candele accese e musica che non si capiva mai da dove provenisse. Bevevamo birra di dubbia nazionalità e ci raccontavamo a vicenda storie della nostra vita. Ridevamo perché eravamo simili. Entrambi a decine di migliaia di chilometri da casa. Entrambi intenti nel provare a diventare qualcuno. Entrambi istrionici, una vita all’insegna del tentativo di sorprendere il prossimo. Diceva che sicuramente entrambi non avremmo lasciato questo mondo senza aver conosciuto il peccato a fondo.  Io sono l’Errante, e peccatore lo sono per definizione. Arshad si era sposato da ragazzo e sua moglie era rimasta in India, un matrimonio combinato tra famiglie, ma aveva due amanti segrete in California. Una sudanese conosciuta a UCLA (università Centrale di Los Angeles, perché Arshad oltre a essere impiegato della Bank of America stava prendendo la seconda laurea in Usa), e una mi sembra indonesiana. Nessuna delle tre sapeva delle altre due. Diceva con nonchalance che prima o poi sua moglie, che non amava ma era stato costretto a sposarla, lo avrebbe scoperto e si sarebbe suicidata. Perché dopo il matrimonio per la cultura indiana la donna si considera di proprietà del marito, e non riesce ad accettare il tradimento.
Non certo una cosa bellissima vista così come ve l’ho messa giù io, ma così va la vita e tant’è, io mi adeguo mestamente e non faccio domande e vaffanculo, ecco.
Al di la di questo, c'era un saper vivere e un saper cavarsela sempre, che traspariva da ogni singola parola di quell'uomo.
Quando si faceva tardi gli amici indiani chiudevano il ristorante tirando giù la serranda e ci spostavamo tutti dietro nello studio a bere tequila don Julio, guardare l’Nba e continuare a chiacchierare. Era buffo perché il suo inglese era buono si, ma talvolta incorretto nei tempi verbali. Lui la considerava la sua lingua madre più dell’indiano, perché nella sua regione a scuola si parlava solo inglese. Quindi gli domandavo “ma fai un sacco di errori e la consideri la tua lingua madre, ti sembra normale??” sorrideva come sempre, stringeva le spalle e non rispondeva. Mi raccontava di quando prima di trovare lavoro alla Bank of America faceva il rappresentante di un’azienda in giro per gli Usa e lui si divertiva a camuffare le spese dei night club alla voce “intrattenimento” del rimborso. Io, io non ho mai accettato i paradisi artificiali che i miei sabati sera losangeleni con Il Pescarese mi offrivano (a proposito, dove cazzo sei finito? Se fai ancora parte di questo mondo di merda batti un colpo), e così con l’andare dell’inverno smisi di spostarmi a nord durante i weekend e sfondarmi nei locali di Cahuenga Boulevard e iniziai a uscire con Arshad più frequentemente. Epico quando la Bank of America annunciò che avrebbe licenziato circa tremila dipendenti lungo la costa ovest e Arshad era sicuro ci sarebbe cascato dentro, dovendo quindi dire addio a permesso di soggiorno e sogni di gloria, e sarebbe dovuto tornare in India. Ma ciò non avvenne. Mi invitò nel suo appartamento a festeggiare, quel monolocale dotato solo di cucina e materasso per terra usato come letto. Aprimmo una tequila Don Julio, come sempre, e brindammo fino a quando non riuscimmo più a capire cosa stesse dicendo l’altro.  
Nel frattempo  continuavamo a giocare a tennis e lui era sempre scarso alla stessa maniera. Spesso chiamava fuori i miei colpi vincenti e la cosa mi infastidiva. Ricordo che una volta, dopo aver chiamato “out” un mio servizio vincente ampiamente dentro, non ressi e tornai verso la mia panchina dicendogli che l’allenamento per quel che mi riguardava era finito li, anche se stavamo giocando da venti minuti. Mi aspettavo una sua reazione brusca invece disse qualcosa che in italiano sarebbe suonato come “ah fanculo, andiamo a farci un cheeseburger”. E fu quello che facemmo.
Se non ci fosse stato lui, probabilmente avrei passato i miei sabati e domeniche a lasciarmi soffocare dal vortice della paranoia di uno stagista diciannovenne che vive senza famiglia dall’altra parte del mondo.
Qualche giorno prima di lasciare gli Usa e tornare in Italia, lo incrociai fuori dal residence in cui abitavamo entrambi. Mi chiese se avevo cinque minuti per andare a bere qualcosa con lui, ma andavo di fretta non ricordo nemmeno per quale motivo.  
Non lo rividi mai più.
Vecchio mio, se avessi saputo che era l’ultima volta che ci incrociavamo, ti assicuro che quei cinque minuti li avrei trovati.
Arshad se n’è andato in una mite serata di primavera californiana. E’ ciò che si evince chiaramente dal suo profilo facebook. Non ho più i contatti sufficienti per venire a sapere il come e il perché, e credo che la cosa non sia nemmeno rilevante.
Sono passati tre anni da quelle cene con riso e pane chapati a Santa Ana, ma mi sembra ieri.
Ogni volta che sento parlare del suo paese, di un India che mai è riuscita a rabberciare le proprie contraddizioni, il mio pensiero si riconduce ad Arshad.
I ricordi sono una prateria vastissima, una patria senza confini. Li ho scritti qui perché già ora sicuramente molti li ho dimenticati, e non voglio che anche questi se ne vadano. I ricordi di quello che è stato l’anno più incredibile della mia vita si faranno sempre più confusi nel corso degli anni e simili a ologrammi, fino a quando ricorderò a fatica di aver vissuto dieci mesi in California. E la cosa mi rammarica. Ma nulla riuscirà a cancellare in me gli insegnamenti appresi e il ricordo dell’uomo venuto dal West Bengala.
So long, dude.

P.M.

domenica 24 febbraio 2013

L'istante


"In ogni istante della nostra vita abbiamo un piede nella favola e l'altro nell'abisso" (Paulo Coelho, Undici Minuti, 2003)



Liberamente tratto da "La grammatica di Dio", di Stefano Benni

"Era una mattina nata col vento. Le onde alte si rompevano in fragorose scrollate, nella risacca color ghiaccio. Era un mare forte e giocoso, come un cavallo giovane. E i bambini lo affrontavano con urla e risa, si lasciavano sommergere dalle onde, le attraversavano con grida, ne uscivano trionfanti. Le schiene abbronzate apparivano e scomparivano nella spuma. Genitori, nonni, fratelli li controllavano perché non si allontanassero, nell'aria limpida risuonavanoavvertimenti allegri o arrabbiati. Una bimba uscì piangendo dal mare, a un ordine più deciso e squillante della madre.Tre ragazzi eccitati presero la rincorsa per tuffarsi di colpo, e un'onda li rimandò indietro con uno schiaffone.Un uomo, all'ombra dello spalto bianco di arenaria, osservava con stupore e allegria.Non aveva figli. Aveva avuto una moglie, ma gli anni erano passati e, senza sapere perché, un giorno avevano cominciato a parlarne come di una cosa lasciata indietro, non più possibile.L'uomo non aveva una particolare predilezione per i bambini: aveva dei nipoti, qualcuno simpatico qualcuno odiosetto. Ma i giovani e audaci delfini di quella mattina gli piacevano.E strani pensieri gli nuotavano in testa, leggeri e gravi, proprio come il mare che fingeva una tregua e poi si animava in sequenze di tre, quattro onde più grandi. Una di queste arrivò ai suoi piedi, fino a bagnargli i sandali.Era l'unico bagnante solitario, tra coppie, famigliole e tribù sotto fungaie di ombrelloni. Ma si sentiva bene, come fosse tornato giovane, e si godeva ogni immagine di quella giornata, fino al lontano orizzonte.Improvvisamente, sul tratto di spiaggia davanti a lui, apparve una donna. Era magra e abbronzata, il vento le scompigliava i capelli e camminava con passi svelti. Guardava il mare inquieta.L'uomo capì subito perché.La donna non vedeva più tra le onde la figlia. Non scorgeva la cuffietta, il colore del costume, il profilo lontano, qualcosa di unico e prezioso che avrebbe potuto calmarle l'affanno del cuore.Perciò chiamava un nome a voce alta, sempre più forte. Alcuni bagnanti si avvicinarono, e lei indicava lontano.Il frastuono del mare copriva le sue parole. Solo quel nome, ogni tanto, risuonava chiaro e doloroso, e gli faceva eco il lamento di un gabbiano.Finché la donna si fermò nel punto più luminoso della spiaggia, una chiazza abbagliante di granelli di quarzo, e sembrava non avesse più la forza di muoversi, né di gridare.In quel preciso istante, l'uomo vide qualcosa di inspiegabile.Il ghiaccio azzurro delle onde si sommò al candore della sabbia e al fuoco del sole, e ne nacque una zona di luce abbacinante,la muta esplosione di una stella. In questo bagliore la snella figuradella donna sembrò torcersi e dividersi in due, due corpi gemelli che sbocciarono e si separarono.Una donna corse subito verso levante, incontro alla figlia che usciva dall'acqua. La abbracciò e pianse, tenendola in braccio.Nello stesso tempo, un'altra identica donna correva dalla parte opposta, verso un gruppo di persone radunate sul bagnasciuga, chine sopra qualcosa, mentre una vecchia si metteva le mani nei capelli.Un attimo prima il mondo era uno solo. Ora niente era diverso come quei due mondi, nati in quell'istante.L'uomo non riuscì a fare un passo, non capì se doveva andare da una parte e sorridere alla madre e alla figlia ritrovata, o correre dall'altra a guardare se era accaduto davvero qualcosa di terribile.Un'onda luminosa, alta azzurra, sorse dal mare, si innalzò come un cielo liquido sulla sua testa, l'uomo chiuse gli occhi.Quando si svegliò era già notte, e la spiaggia era deserta.Non sapeva quale dei due mondi esisteva ancora. E in quale dei due viveva. Ed ebbe paura."

lunedì 21 gennaio 2013

L'ultimo Dio

"La saggezza non sta nel distruggere gli idoli, sta nel non crearne mai" (Umberto Eco)

Il mio idolo d'infanzia non sorrideva mai.
Pedalava con gli occhiali da sole per duecento chilometri al giorno, e il viso intonso come una sfinge. Anche se fosse cascato il mondo, in quell'istante. Nessuna smorfia, nessuna emozione, solo la vista dell'obiettivo che traspariva dietro le lenti Polaroid.
A pochi chilometri dall'arrivo di ogni cruciale arrivo in salita i vari Ivan Basso, Jan Ullrich e Joseba Beloki iniziavano a barcollare, a pedalare pesantemente di spalle per la fatica, e senza più una cadenza regolare a perdere terreno. Lui continuava col quel suo rapporto agilissimo, rivoluzionario per il ciclismo, e senza mai alzarsi sui pedali, senza mai voltarsi indietro, senza apparentemente sudare, si sfilava tutti gli avversari di dosso.
Il mio mito d'infanzia vinse così 7 Tour de France di fila, impensabile per qualsiasi ciclista fino ad allora. Chiunque ci avesse provato era sempre crollato al tentativo di vincere il sesto, come una maledizione che Lance Armstrong aveva sfatato, vincendo poi addirittura il settimo prima di ritirarsi a pancia piena.
A lui dedicai i miei mesi di luglio (il Tour era l'unica corsa che preparava con l'intento di vincere) tra i 9 e i 15 anni. Il mito sportivo che porti nel cuore per sempre. L'incarnazione del sogno americano. Il ciclista mediocre che si ammala di cancro ai testicoli con metastasi al cervello, biglietto sola andata per l'inferno convertito in andata e ritorno. Guarisce, torna e si scopre invincibile. Come in una fiaba di Grimm.
Il freddo calcolatore che si allenava per una corsa soltanto all'anno, la più importante, per vincerla sempre senza mai fallire in 7 anni, senza mai un cedimento. Sicuro di se e arrogante nelle interviste, infallibile in corsa. Un'aura di invincibilità. Il Cowboy Texano era cosi. O lo amavi, o lo odiavi. Io lo amavo.
Le voci di corridoio erano insistenti già negli ultimi anni di carriera, ex compagni di squadra iniziavano ad accusarlo di doping sistematico. Anche un bambino come ero io allora poteva capire, dopo aver seguito il ciclismo ormai per anni, che il doping era una condizione necessaria non solo per primeggiare, ma anche per poter partecipare al ballo, per poter reggere i 40 km/orari di media per settimane sotto il sole. Che il doping in quel mondo era un male endemico, e il tuo idolo infallibile non ne era certo esente. Ma specie a quell'età, molte cose cose che non riesci ad accettare le neghi anche a te stesso, per non lasciare traccia. Tanto meno hai il coraggio di accusare il tuo mito di fare ciò che fanno gli altri.
Dopo il suo ritiro, nessun ciclista ha più suscitato tali emozioni in me, facendomi perdere la passione per questo sport originariamente cosi poetico ma oggi cosi malato, tragico, quasi patetico.
Ricordo quando a giugno 2010, durante il mio anno da stagista negli Usa, mi ritrovai a dover guidare attraverso il Texas, ma gli abitanti di Austin seppero indicarmi solo la zona del quartiere periferico in cui il mio idolo immortale abitava, non la strada esatta. Ricordo come fosse ieri il mio sguardo assente che anzichè la strada guardava i grattacieli di Austin che si allontanavano attraverso lo specchietto retrovisore, dicendo cosi addio a forse l'unica opportunità di contatto.
Dopo il suo ritiro, per anni ho aspettato che Lance anzichè chiudersi nel suo Texas e nel suo silenzio, avesse una parola di rassicurazione per i suoi fan, una parola che risultasse chiaramente sincera, un ragionamento razionale che riuscisse almeno a insinuare in noi il tarlo del dubbio, che le sicurezze che stavamo pian piano acquisendo dopo che negli anni successivi l'Unione Ciclista Internazionale si era finalmente decisa a far pulizia e combattere seriamente il doping, erano sbagliate. Ma non l'ha mai fatto. E se l'ha fatto, mi è sfuggito.
Braccato da giornalisti, testimoni, prove schiaccianti e Usada (agenzia mondiale anti-doping), qualche giorno fa la confessione ai microfoni della nota Winfrey Oprah. Una confessione a metà, senza nominare chi l'ha aiutato, chi erano i complici, come tutto è iniziato, chi erano i vertici che lo coprivano. Cosa stava accadendo veramente al ciclismo in quel decennio e non solo. La confessione di un opportunista, di un non-pentito, di un uomo che tenta di salvare il salvabile e che ha ammesso l'uso di cocktail dopanti di testosterone e eritropoietina sì, ma a partire dai "mid nineties" (vedere versione intervista in lingua originale): metà anni novanta. Improbabile, visto che Armstrong divenne campione del mondo a Oslo nel 1993 a soli 22 anni, proprio negli anni in cui, stando ai pentiti, i ciclisti facevano uso di dosi di Epo come fossero caramelle della nonna. Probabilmente per salvare l'unico trofeo che non gli è ancora stato confiscato.
Un campione. Un bandito. Un campione diventato bandito. Un bandito che si è scoperto campione.
Ora Lance Armstrong perderà tutto. Non solo tutto ciò che ha vinto. Le cause legali dilapideranno il suo patrimonio. Passerà i prossimi anni e forse il resto della sua vita a doversi difendere e a dover spiegazioni ai magistrati americani, all'Unione Ciclistica Internazionale, all'agenzia mondiale antidoping, agli sponsor che vorranno i milioni indietro. Già sa, che nessuno di loro crederà più alle sue parole.
Il fine giustifica i mezzi, diceva Machiavelli. Citazione discutibile, ma che un uomo moralmente soggettivamente deprecabile come me ha sempre amato.
Ma in queste pagine di storia che dei mediocri non ha memoria, un uomo ha sacrificato la sua credibilità futura pur di passare più di un decennio sulla cresta dell'onda. Un uomo ha imbrogliato facendo ciò che facevano gli altri imbroglioni, per issarsi sul piedistallo della gloria per un decennio. Gloria che era destinata ad avere una fine, ma una gloria inarrivabile ai più.
Usare tutto come mezzi e il limite di se stessi come fine. Ognuno ha semplicemente una visione diversa della vita. Se la mia fosse perfetta, non mi chiamerei L'Errante.
Lance Armstrong verrà cancellato, spazzato via con la forza dalla storia del ciclismo e non solo.
Ha mentito per anni. Ma nei miei ricordi, rimarrà sempre l'uomo che ha sconfitto un tumore e il ciclista che ha dominato per anni prendendosi tutto e lasciando le briciole come il più vincente dei tiranni.
Au revoir, my cowboy.

P.M