“La
terra non ha memoria…
…eppure, da sempre, ricorda.” (Fuori da un
evidente destino-Giorgio Faletti)
Avevo promesso a me stesso sarei tornato
qui esattamente un anno dopo.
Sono passati meno di undici mesi. Ma oggi
passavo da queste parti, e quindi mi ritrovo qui, su questa panchina. La panchina,
il parco, il parcheggio. Non dove tutto è iniziato, ma dove tutto è finito.
E’ la seconda volta soltanto in realtà che
capito qui nella mia vita, ma oggi come allora il cielo è grigio. Forse qui
piove sempre. Forse non devo tornarci mai più.
Per mesi, i ricordi di quel giorno e di
quei due mesi sono rimasti intrappolati nelle mie pupille, incapace di liberarmene.
Per mesi sono stati incubi, incudini in pieno petto, fitte a cadenza regolare.
Ora non fanno più così male, ma restano
vivi come tatuati sulle retine.
Appena mi siedo sulla panchina, li rivedo
tutti. Come un nastro muto e in bianco e nero. Dato in un cinema anch’esso in
bianco e nero. L’unico rumore è quello della cinepresa e io sono l’unico
spettatore, rintanato nell’ultima fila a guardare un film di cui già conosco la
trama. Le labbra degli attori si muovono ma sono mute. Io non ho bisogno di
sentire. Perché quei dialoghi li conosco già a memoria. Perché non voglio
sentire. Perché io sono uno degli attori.
E ad un tratto, dopo qualche mese tutto torna
a fare male. Brucia, come l’ago quando non centra la vena.
Come spesso mi accade, sono conscio che presto
col passare del tempo inizieranno a sbiadirsi del tutto, quindi ho bisogno di
metterli per iscritto.
Ci sono storie che finche le racconti si consumano, fino a finire. Altre, che finche le racconti consumano te.
Tra queste righe trovate più o meno la storia di ciò che è successo.
Tra queste righe trovate più o meno la storia di ciò che è successo.
Play
May
5th. “sono ore che siamo
qui ormai, mi stanno cadendo le diottrie, le sento rotolare sul pavimento”, “finchè
son le diottrie a caderti va ancora bene dai”. “ahah, senti è stato un piacere
per me, questo è il mio numero..se vuoi bene, se no grazie per il pomeriggio”. “E’
stato un piacere anche per me”.
Following
days. “Sei un ragazzo
molto particolare”. “Lo so. Non piaccio subito di solito…beh neanche dopo….sempre
di solito, beh vabbè, hai capito”......“Buonasera signorina, sono della
Vodafone, la chiamavo per propr..”, “mmm..no in realt..”, “dai tonta non senti
che sono io”….“Quando mi hai chiamata stavo rileggendo Kundera, la parte in cui
descrive la bellezza della città di New York. Ti ho pensato per forza”.
May
19th. “ehi ciao, cosa fai
qui?”, “mah, la stessa cosa che fai tu credo”……“allora, adesso che mi hai visto
dal vivo cosa ne pensi?”, “mi sono addormentata pensando alle fossette che ti
compaiono quando ridi”.
May
25th. “Senti ma domani
sera cosa fai?”, “niente”, “sicura?”, “si si, perché?”, “indovina”, “ok dai,
anche se mi fai andare giù la pressione”, “perché?”, “bo, hai presente l’ansia
pre interrogazione?”, “basta che non mi guardi con quegli occhi da cerbiatta e
andrà tutto bene”.
May
31st. “Ti porterei in un
posto ma ormai fa buio”. “Tranquillo non ho paura che mi stupri”…. “Mi dispiace averti fatto fare i
chilometri sotto il sole per me”. “Io facevo i chilometri sotto il sole per te
ma tu li facevi nel mio cuore”, “ok facciamo che con questo hai saldato il
debito del sonetto a rime incatenate”
June
6th. “La devi smettere
di pagare per me. Solo quando andremo a cena fuori, da bravi fidanzatini”
June
8th. “Ma non avevi detto che
restavi qui a dormire?”. Aperitivo, bacio sul ponte. “Posso dartene un altro?”,
“si”. Gradini della chiesa, atti osceni in luogo pubblico. “Vieni, andiamo a
casa”. Appartamento mio, il buio, il divano. Il letto, gambe divaricate. Tanga
nero. “Mi farai del male anche tu?”, “ti fidi di me?”, “si”, “si?”, “si”…….“Entra
o smetti”.
Non ho più attraversato occhi come i tuoi.
Non ho più attraversato labbra come le tue.
June
13rd. “Grazie per la
serata Pietro. Ho ancora il tuo profumo addosso”. Il ritorno in macchina. “Wicked
Game”, Chris Isaak, 1985. Tutto liscio per ora come mai, chissà quando finirà. Chissà
se finirà. La sensazione errata di sentirsi a metà strada su una strada
infinita.
June
15th. “Ci sentiamo dopo
ok?”, “ok”…..”senti ma c’è qualcosa che non va?”, “no giuro”.
9 giorni. Dubbi, certezze. Film già visto. L’incontro,
altra panchina, diversa. “Tutto come prima allora non è cambiato niente?”, “si”,
“giura”, “giuro”.
June
24th. “Ho bisogno di
parlarti”, “lo so”, “ti voglio bene Pietro”. Silenzio. “Lo so”
Eccoci. Questa panchina, il parco, il parcheggio.
Io che guardo un punto fisso ascoltando quelle parole. “Lui è lui, ma ti voglio
bene, per quello sono qui”. "Hai rovinato tutto, non ha più senso". Silenzio. Ci alziamo, cambiamo posto. Il campo di grano, accovacciati. Il sole che tramonta. "Se fosse andata avanti avrei avuto anche io la mia possibilità?", "si". Alzo il culo, via, può bastare. 3 della notte…”questo messaggio te lo volevo
mandare alle otto, ma non riesco a dormire…se non vuoi più sentirmi ti capisco,
ma scrivimi per ogni cosa ogni volta che vuoi…bla bla bla”. Io che non capisco,non
connetto, testa riversa sul cesso. “Non
vi è perdono per chi ha tradito” scritto a pennarello rosso sul muro del bagno.
Mi sveglio col telefono ancora in mano, vibra. “Andrà tutto bene vedrai”. Fanculo
cazzo.
Stop
Game
over
Sospiro
Play
Vorrei ricordare tutti i dettagli che ho dimenticato. Vorrei dimenticare ciò che da allora non ho più scordato.
L’estate, il martirio. Sentirsi come un vecchio libro impolverato sulla libreria che nessuno legge più. “Senti non ce la faccio, possiamo restare in contatto?”, “è tutto ciò che desidero, veramente, grazie”…..”Volevo chiamarti per ringraziarti delle rose. Sono bellissime e..non dovevi, ma grazie, sei un tesoro”. Incontri fugaci, casuali. Poi l’autunno. Sentirsi sempre meno, le scuse patetiche, come è naturale che sia.
L’estate, il martirio. Sentirsi come un vecchio libro impolverato sulla libreria che nessuno legge più. “Senti non ce la faccio, possiamo restare in contatto?”, “è tutto ciò che desidero, veramente, grazie”…..”Volevo chiamarti per ringraziarti delle rose. Sono bellissime e..non dovevi, ma grazie, sei un tesoro”. Incontri fugaci, casuali. Poi l’autunno. Sentirsi sempre meno, le scuse patetiche, come è naturale che sia.
“….terzo: se non ci vediamo cosi spesso è
anche perché è più facile per me essere convinta di aver fatto la scelta giusta
quando non ti ho davanti. Quindi cerca di capirmi, ti prego”. Poi tutto a
rotoli definitivamente, lentamente. Anche per mia colpa. Anche per mia
grandissima colpa. Perché io sono cosi. O tutto o niente, le mezze vittorie le
lascio ai mezzi uomini come voi. Ma era scritto.
Silenzio
Silenzio
Silenzio
Silenzio
Silenzio
“Mi vuoi ancora bene un minimo?”, “certo,
lo sai”.
No che non lo so.
Stop
Eject
Mirandola, Pietro.
Mancò la fortuna, non il valore.
P.M.
P.M.
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