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martedì 19 marzo 2013

Santa Ana 2010


"Per la strada va 
la morte, incoronata, 
di fiori d'arancio appassiti. 
Canta e canta 
una canzone 
sulla sua chitarra bianca 
e canta e canta e canta" (Federico Garcia Lorca)

Il Sabato mattina faceva quasi sempre caldo in California. Anche in Gennaio. Ma la brezza mattutina dall’Oceano rendeva sempre la temperatura perfettamente gradevole.
E fu durante uno di quei sabato mattina di gennaio (“on such a winter day” come dicevano i Beach Boys),  che all’Anaheim Tennis Center mi imbattei in un ragazzo dai tratti somatici messicani (come altri milioni da quelle parti) dal sorriso costantemente stampato sul volto. Era scarso, terribilmente scarso per un giocatore dilettante come me ma che del tennis aveva fatto la maggior passione al tempo del liceo, riempiendo di allenamenti quasi ogni pomeriggio adolescenziale. E così quando mi chiese il numero di cellulare glielo diedi quasi infastidito, quasi con riluttanza, chiedendomi perché avesse voluto giocare con me pur sapendo di essere troppo inferiore facendomi perdere tempo, e sperando non mi avrebbe mai chiamato.
Invece le chiamate arrivarono e fui costretto quindi a farlo allenare con me. Scoprii con sorpresa che il ragazzo non era e messicano, ma indiano di Calcutta, una città dello stato del West Bengala.
Arshad Khan era un ragazzo sui trenta, dalla storia di vita incredibile. Quando era ragazzino era una promessa del cricket nel suo paese, ed era anche finito sul giornale locale perché a livello distrettuale era considerato un fenomeno. Ma la sua famiglia era povera (il padre era mercante mi sembra) ed era quindi costretto ad allenarsi dalle sei alle otto del mattino, prima di andare a scuola e prima di passare il pomeriggio lavorando in fabbrica. Passò cosi ogni giorno con questi ritmi la sua infanzia e la sua adolescenza, fino a quando un bel giorno diede di matto, smise di giocare e di andare a scuola, si licenziò, si chiuse a chiave in una stanza e stette li un mese, aprendola solo per ricevere cibo.  Dopo circa un mesetto, stando al racconto, qualcuno sfondò la porta e Arshad venne portato in una specie di ospedale psichiatrico. Tuttavia, si laureò e scappò dall’India. Lavorò in nero in varie città dell’Inghilterra e dell’Australia, prima di vincere la green card per gli Usa e attraversare l’Oceano.
Mi raccontava tutto questo quando, dopo qualche settimana, iniziammo ad andare spesso a cena la sera in un ristorante indiano di suoi amici, giù a Santa Ana, una decina di miglia a sud della nostra cittadina.
Ridevamo e mangiavamo riso pilaf e pane chapati. Pochi clienti, luce soffusa, candele accese e musica che non si capiva mai da dove provenisse. Bevevamo birra di dubbia nazionalità e ci raccontavamo a vicenda storie della nostra vita. Ridevamo perché eravamo simili. Entrambi a decine di migliaia di chilometri da casa. Entrambi intenti nel provare a diventare qualcuno. Entrambi istrionici, una vita all’insegna del tentativo di sorprendere il prossimo. Diceva che sicuramente entrambi non avremmo lasciato questo mondo senza aver conosciuto il peccato a fondo.  Io sono l’Errante, e peccatore lo sono per definizione. Arshad si era sposato da ragazzo e sua moglie era rimasta in India, un matrimonio combinato tra famiglie, ma aveva due amanti segrete in California. Una sudanese conosciuta a UCLA (università Centrale di Los Angeles, perché Arshad oltre a essere impiegato della Bank of America stava prendendo la seconda laurea in Usa), e una mi sembra indonesiana. Nessuna delle tre sapeva delle altre due. Diceva con nonchalance che prima o poi sua moglie, che non amava ma era stato costretto a sposarla, lo avrebbe scoperto e si sarebbe suicidata. Perché dopo il matrimonio per la cultura indiana la donna si considera di proprietà del marito, e non riesce ad accettare il tradimento.
Non certo una cosa bellissima vista così come ve l’ho messa giù io, ma così va la vita e tant’è, io mi adeguo mestamente e non faccio domande e vaffanculo, ecco.
Al di la di questo, c'era un saper vivere e un saper cavarsela sempre, che traspariva da ogni singola parola di quell'uomo.
Quando si faceva tardi gli amici indiani chiudevano il ristorante tirando giù la serranda e ci spostavamo tutti dietro nello studio a bere tequila don Julio, guardare l’Nba e continuare a chiacchierare. Era buffo perché il suo inglese era buono si, ma talvolta incorretto nei tempi verbali. Lui la considerava la sua lingua madre più dell’indiano, perché nella sua regione a scuola si parlava solo inglese. Quindi gli domandavo “ma fai un sacco di errori e la consideri la tua lingua madre, ti sembra normale??” sorrideva come sempre, stringeva le spalle e non rispondeva. Mi raccontava di quando prima di trovare lavoro alla Bank of America faceva il rappresentante di un’azienda in giro per gli Usa e lui si divertiva a camuffare le spese dei night club alla voce “intrattenimento” del rimborso. Io, io non ho mai accettato i paradisi artificiali che i miei sabati sera losangeleni con Il Pescarese mi offrivano (a proposito, dove cazzo sei finito? Se fai ancora parte di questo mondo di merda batti un colpo), e così con l’andare dell’inverno smisi di spostarmi a nord durante i weekend e sfondarmi nei locali di Cahuenga Boulevard e iniziai a uscire con Arshad più frequentemente. Epico quando la Bank of America annunciò che avrebbe licenziato circa tremila dipendenti lungo la costa ovest e Arshad era sicuro ci sarebbe cascato dentro, dovendo quindi dire addio a permesso di soggiorno e sogni di gloria, e sarebbe dovuto tornare in India. Ma ciò non avvenne. Mi invitò nel suo appartamento a festeggiare, quel monolocale dotato solo di cucina e materasso per terra usato come letto. Aprimmo una tequila Don Julio, come sempre, e brindammo fino a quando non riuscimmo più a capire cosa stesse dicendo l’altro.  
Nel frattempo  continuavamo a giocare a tennis e lui era sempre scarso alla stessa maniera. Spesso chiamava fuori i miei colpi vincenti e la cosa mi infastidiva. Ricordo che una volta, dopo aver chiamato “out” un mio servizio vincente ampiamente dentro, non ressi e tornai verso la mia panchina dicendogli che l’allenamento per quel che mi riguardava era finito li, anche se stavamo giocando da venti minuti. Mi aspettavo una sua reazione brusca invece disse qualcosa che in italiano sarebbe suonato come “ah fanculo, andiamo a farci un cheeseburger”. E fu quello che facemmo.
Se non ci fosse stato lui, probabilmente avrei passato i miei sabati e domeniche a lasciarmi soffocare dal vortice della paranoia di uno stagista diciannovenne che vive senza famiglia dall’altra parte del mondo.
Qualche giorno prima di lasciare gli Usa e tornare in Italia, lo incrociai fuori dal residence in cui abitavamo entrambi. Mi chiese se avevo cinque minuti per andare a bere qualcosa con lui, ma andavo di fretta non ricordo nemmeno per quale motivo.  
Non lo rividi mai più.
Vecchio mio, se avessi saputo che era l’ultima volta che ci incrociavamo, ti assicuro che quei cinque minuti li avrei trovati.
Arshad se n’è andato in una mite serata di primavera californiana. E’ ciò che si evince chiaramente dal suo profilo facebook. Non ho più i contatti sufficienti per venire a sapere il come e il perché, e credo che la cosa non sia nemmeno rilevante.
Sono passati tre anni da quelle cene con riso e pane chapati a Santa Ana, ma mi sembra ieri.
Ogni volta che sento parlare del suo paese, di un India che mai è riuscita a rabberciare le proprie contraddizioni, il mio pensiero si riconduce ad Arshad.
I ricordi sono una prateria vastissima, una patria senza confini. Li ho scritti qui perché già ora sicuramente molti li ho dimenticati, e non voglio che anche questi se ne vadano. I ricordi di quello che è stato l’anno più incredibile della mia vita si faranno sempre più confusi nel corso degli anni e simili a ologrammi, fino a quando ricorderò a fatica di aver vissuto dieci mesi in California. E la cosa mi rammarica. Ma nulla riuscirà a cancellare in me gli insegnamenti appresi e il ricordo dell’uomo venuto dal West Bengala.
So long, dude.

P.M.