Visualizzazioni totali

venerdì 14 dicembre 2012

Sicut nox silentes


“Un intellettuale è un uomo la cui mente osserva se stessa” (Albert Camus-“Pensieri “-postumo)


Giovedi 13 Dicembre 2012 23.58

L’Errante è uno, ed è solo. Spesso, come stasera, cammina per ore lungo le stradine del centro storico della sua città. Camminare non è il verbo perfetto, ma il primo che mi è venuto in mente. Forse “galleggia nell’oscurità” sarebbe più opportuno, ma tant’è.
Lo fa in periodi come questo, in cui la transizione sfocia nell’attesa della svolta che a sua volta sfocia nel dubbio che finisce per nutrirsi della carne di chi dubita.
Periodi  in cui il pessimismo si tramuta in miopia, e il bicchiere non è più mezzo vuoto, ma è scomparso.
Periodi in cui ponderi la bontà delle tue scelte e le metti in discussione insieme a te stesso medesimo cane.
L’Errante allora si isola. Evita i contatti umani per giorni, eccetto i minimi indispensabili.  Si rinchiude a riccio nei suoi studi e nel suo decerebro per il tempo necessario. Uscire con una risposta risolutrice non è condizione necessaria quanto invece l’entrarvi, in questo stato che voi potreste definire comatoso ma vi posso assicurare che non è l’aggettivo più azzeccato nemmeno stavolta, mannaggiacristo.
Forse perché fa come gli eremiti, per poi scendere dalla montagna sia che abbia o non abbia trovato risposte alle proprie domande (e viceversa domande alle risposte che già possiede), e mettere fine a questa dieta dell’anima per tornare alle abitudini normali, quelle conviviali, la vita sociale. O forse perché certe notti sono fatte semplicemente per la tortura, per la riflessione, per assaporare la solitudine.
La solitudine. Bisogna essere forti per amarla. O ti fa ritrovare, o ti fa perdere te stesso. Lo sa bene, chi ha viaggiato per mesi nel deserto americano a soli 19 anni, solo. Un vortice che ti  scava dentro  fino a farti vedere il Diavolo dove magari non c’è. Ma è necessario. Per analizzare. Per capire. Per recuperare la lucidità e la razionalità che la vita frenetica ti toglie.
Fino a ritrovartela a bussare al tuo cervello e chiedere lo sfratto a se stessa.
L’Errante questo lo sa, e continua a camminare. Odia il fatto che la città non sia completamente spenta nonostante l’orario. Lo disturba. Maledette inutili luci accese dei negozi chiusi che squartano l’oscurità completa rovinandola.
Quando l’Errante cerca l’oscurità della notte, vuole l’oscurità della notte. Non tremila kilowatt per mostrare che la Vodafone in via Cappello è fornita come il mercato chiede.
Fluttua nel buio e osserva la gente che non sa di essere osservata. Anche loro con le malattie della propria mente, i loro problemi, i loro obiettivi, i loro dubbi, i loro vizi. Camminano troppo veloci, non ricambiando mai gli sguardi. Codardi.  Non si rendono nemmeno conto di essere li, in quel momento. Troppo impegnati  a cercarsi nel proprio passato e vedersi nel futuro. Non incrociando lo sguardo dell’Errante potrebbero perdere l’occasione di vedere la cosa più tremendamente vera della loro giornata passata nel loro mondo finto di plastica.
Poco più in la, un barbone millanta a un non meglio precisato ascoltatore storie e avventure probabilmente mai vissute realmente. L’Errante, appoggiato alla ringhiera del ponte che da sul fiume, sorride. Credendo il sorriso una manifestazione di interesse, il barbone aumenta l’enfasi del racconto. “Ma vaffanculo” a bassa voce basta per farlo tacere e rimanere basito. Certe volte basta una parola o poco più per distruggere una persona. Pur senza conoscerla.
Una coppietta si bacia con fare inebetito. Poveri sciocchi. Probabilmente credono sarà finche morte non li separi. Un bel giorno però tutto ciò finirà, e si accorgeranno che non sono affatto morti. E magari ci sarà anche in quel momento qualcuno nascosto dietro la propria faccia impassibile ad osservarli, appoggiato alla ringhiera del ponte, come ora. E mille altre storie invisibili agli occhi di chi passa guardando ma non osservando, come fa invece fa l’Errante in sere come queste. In periodi come questo. In silenziosi anni ruggenti (*) come questi.  (*Nota per l’editore: ossimoro insensato ma nato dal pathos. Non modificare, grazie).
Finchè è sulla strada del ritorno, l’Errante pensa che molte scelte che facciamo nella nostra esistenza appaiono illogiche solo guardandole dopo, a fatto ormai compiuto, mentre prima sembravano perfino far parte di un disegno dotato di senso, che ora sfugge, insieme al momento in cui ogni scelta diventa irreversibile. Vaffanculo. Vaffanculo all’unica possibilità che abbiamo di giocarci le proprie carte a questo mondo, e vaffanculo anche a tutti coloro che invece l’hanno sprecata votandola alla misericordia sperando in un postuccio caldo in un "dopo", un afterparty che non può esistere. Esistono solo una serie di decisioni che determina se riusciamo o non riusciamo. E poi il tempo passa, e poi le malattie, e poi la morte. E fine.
Ora l’Errante è al buio nella sua camera semi-supino che termina di scrivere, e l’unica luminosità è il monitor. Dalle cuffie risuona ora la chitarra di Eric Clapton, ora la soave voce di Dido, ora rap underground di ottima fattura.
E finalmente tutto attorno è nero.

01.13
P.M.