“Un intellettuale è un uomo la cui mente
osserva se stessa” (Albert Camus-“Pensieri “-postumo)
Giovedi 13
Dicembre 2012 23.58
L’Errante è
uno, ed è solo. Spesso, come stasera, cammina per ore lungo le stradine del
centro storico della sua città. Camminare non è il verbo perfetto, ma il primo
che mi è venuto in mente. Forse “galleggia nell’oscurità” sarebbe più opportuno,
ma tant’è.
Lo fa in
periodi come questo, in cui la transizione sfocia nell’attesa della svolta che
a sua volta sfocia nel dubbio che finisce per nutrirsi della carne di chi
dubita.
Periodi in cui il pessimismo si tramuta in miopia, e
il bicchiere non è più mezzo vuoto, ma è scomparso.
Periodi in
cui ponderi la bontà delle tue scelte e le metti in discussione insieme a te
stesso medesimo cane.
L’Errante
allora si isola. Evita i contatti umani per giorni, eccetto i minimi
indispensabili. Si rinchiude a riccio nei
suoi studi e nel suo decerebro per il tempo necessario. Uscire con una risposta
risolutrice non è condizione necessaria quanto invece l’entrarvi, in questo
stato che voi potreste definire comatoso ma vi posso assicurare che non è
l’aggettivo più azzeccato nemmeno stavolta, mannaggiacristo.
Forse perché
fa come gli eremiti, per poi scendere dalla montagna sia che abbia o non abbia
trovato risposte alle proprie domande (e viceversa domande alle risposte che
già possiede), e mettere fine a questa dieta dell’anima per tornare alle
abitudini normali, quelle conviviali, la vita sociale. O forse perché certe
notti sono fatte semplicemente per la tortura, per la riflessione, per
assaporare la solitudine.
La
solitudine. Bisogna essere forti per amarla. O ti fa ritrovare, o ti fa perdere
te stesso. Lo sa bene, chi ha viaggiato per mesi nel deserto americano a soli 19 anni, solo. Un vortice che ti scava
dentro fino a farti vedere il Diavolo
dove magari non c’è. Ma è necessario. Per analizzare. Per capire. Per
recuperare la lucidità e la razionalità che la vita frenetica ti toglie.
Fino a ritrovartela
a bussare al tuo cervello e chiedere lo sfratto a se stessa.
L’Errante
questo lo sa, e continua a camminare. Odia il fatto che la città non sia
completamente spenta nonostante l’orario. Lo disturba. Maledette inutili luci
accese dei negozi chiusi che squartano l’oscurità completa rovinandola.
Quando l’Errante
cerca l’oscurità della notte, vuole l’oscurità della notte. Non tremila
kilowatt per mostrare che la Vodafone in via Cappello è fornita come il mercato
chiede.
Fluttua nel buio e osserva la gente che non sa
di essere osservata. Anche loro con le malattie della propria mente, i loro
problemi, i loro obiettivi, i loro dubbi, i loro vizi. Camminano troppo veloci,
non ricambiando mai gli sguardi. Codardi. Non si rendono nemmeno conto di essere li, in
quel momento. Troppo impegnati a
cercarsi nel proprio passato e vedersi nel futuro. Non incrociando lo sguardo
dell’Errante potrebbero perdere l’occasione di vedere la cosa più tremendamente
vera della loro giornata passata nel loro mondo finto di plastica.
Poco più in
la, un barbone millanta a un non meglio precisato ascoltatore storie e
avventure probabilmente mai vissute realmente. L’Errante, appoggiato alla
ringhiera del ponte che da sul fiume, sorride. Credendo il sorriso una
manifestazione di interesse, il barbone aumenta l’enfasi del racconto. “Ma
vaffanculo” a bassa voce basta per farlo tacere e rimanere basito. Certe volte
basta una parola o poco più per distruggere una persona. Pur senza conoscerla.
Una
coppietta si bacia con fare inebetito. Poveri sciocchi. Probabilmente credono
sarà finche morte non li separi. Un bel giorno però tutto ciò finirà, e si
accorgeranno che non sono affatto morti. E magari ci sarà anche in quel momento
qualcuno nascosto dietro la propria faccia impassibile ad osservarli,
appoggiato alla ringhiera del ponte, come ora. E mille altre storie invisibili
agli occhi di chi passa guardando ma non osservando, come fa invece fa
l’Errante in sere come queste. In periodi come questo. In silenziosi anni
ruggenti (*) come questi. (*Nota per l’editore:
ossimoro insensato ma nato dal pathos. Non modificare, grazie).
Finchè è
sulla strada del ritorno, l’Errante pensa che molte scelte che facciamo nella
nostra esistenza appaiono illogiche solo guardandole dopo, a fatto ormai compiuto, mentre
prima sembravano perfino far parte di un disegno dotato di senso, che ora
sfugge, insieme al momento in cui ogni scelta diventa irreversibile.
Vaffanculo. Vaffanculo all’unica possibilità che abbiamo di giocarci le proprie
carte a questo mondo, e vaffanculo anche a tutti coloro che invece l’hanno sprecata votandola
alla misericordia sperando in un postuccio caldo in un "dopo", un afterparty che non può
esistere. Esistono solo una serie di decisioni che determina se riusciamo o non
riusciamo. E poi il tempo passa, e poi le malattie, e poi la morte. E fine.
Ora l’Errante
è al buio nella sua camera semi-supino che termina di scrivere, e l’unica
luminosità è il monitor. Dalle cuffie risuona ora la chitarra di Eric Clapton,
ora la soave voce di Dido, ora rap underground di ottima fattura.
E finalmente
tutto attorno è nero.
01.13
P.M.