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lunedì 21 gennaio 2013

L'ultimo Dio

"La saggezza non sta nel distruggere gli idoli, sta nel non crearne mai" (Umberto Eco)

Il mio idolo d'infanzia non sorrideva mai.
Pedalava con gli occhiali da sole per duecento chilometri al giorno, e il viso intonso come una sfinge. Anche se fosse cascato il mondo, in quell'istante. Nessuna smorfia, nessuna emozione, solo la vista dell'obiettivo che traspariva dietro le lenti Polaroid.
A pochi chilometri dall'arrivo di ogni cruciale arrivo in salita i vari Ivan Basso, Jan Ullrich e Joseba Beloki iniziavano a barcollare, a pedalare pesantemente di spalle per la fatica, e senza più una cadenza regolare a perdere terreno. Lui continuava col quel suo rapporto agilissimo, rivoluzionario per il ciclismo, e senza mai alzarsi sui pedali, senza mai voltarsi indietro, senza apparentemente sudare, si sfilava tutti gli avversari di dosso.
Il mio mito d'infanzia vinse così 7 Tour de France di fila, impensabile per qualsiasi ciclista fino ad allora. Chiunque ci avesse provato era sempre crollato al tentativo di vincere il sesto, come una maledizione che Lance Armstrong aveva sfatato, vincendo poi addirittura il settimo prima di ritirarsi a pancia piena.
A lui dedicai i miei mesi di luglio (il Tour era l'unica corsa che preparava con l'intento di vincere) tra i 9 e i 15 anni. Il mito sportivo che porti nel cuore per sempre. L'incarnazione del sogno americano. Il ciclista mediocre che si ammala di cancro ai testicoli con metastasi al cervello, biglietto sola andata per l'inferno convertito in andata e ritorno. Guarisce, torna e si scopre invincibile. Come in una fiaba di Grimm.
Il freddo calcolatore che si allenava per una corsa soltanto all'anno, la più importante, per vincerla sempre senza mai fallire in 7 anni, senza mai un cedimento. Sicuro di se e arrogante nelle interviste, infallibile in corsa. Un'aura di invincibilità. Il Cowboy Texano era cosi. O lo amavi, o lo odiavi. Io lo amavo.
Le voci di corridoio erano insistenti già negli ultimi anni di carriera, ex compagni di squadra iniziavano ad accusarlo di doping sistematico. Anche un bambino come ero io allora poteva capire, dopo aver seguito il ciclismo ormai per anni, che il doping era una condizione necessaria non solo per primeggiare, ma anche per poter partecipare al ballo, per poter reggere i 40 km/orari di media per settimane sotto il sole. Che il doping in quel mondo era un male endemico, e il tuo idolo infallibile non ne era certo esente. Ma specie a quell'età, molte cose cose che non riesci ad accettare le neghi anche a te stesso, per non lasciare traccia. Tanto meno hai il coraggio di accusare il tuo mito di fare ciò che fanno gli altri.
Dopo il suo ritiro, nessun ciclista ha più suscitato tali emozioni in me, facendomi perdere la passione per questo sport originariamente cosi poetico ma oggi cosi malato, tragico, quasi patetico.
Ricordo quando a giugno 2010, durante il mio anno da stagista negli Usa, mi ritrovai a dover guidare attraverso il Texas, ma gli abitanti di Austin seppero indicarmi solo la zona del quartiere periferico in cui il mio idolo immortale abitava, non la strada esatta. Ricordo come fosse ieri il mio sguardo assente che anzichè la strada guardava i grattacieli di Austin che si allontanavano attraverso lo specchietto retrovisore, dicendo cosi addio a forse l'unica opportunità di contatto.
Dopo il suo ritiro, per anni ho aspettato che Lance anzichè chiudersi nel suo Texas e nel suo silenzio, avesse una parola di rassicurazione per i suoi fan, una parola che risultasse chiaramente sincera, un ragionamento razionale che riuscisse almeno a insinuare in noi il tarlo del dubbio, che le sicurezze che stavamo pian piano acquisendo dopo che negli anni successivi l'Unione Ciclista Internazionale si era finalmente decisa a far pulizia e combattere seriamente il doping, erano sbagliate. Ma non l'ha mai fatto. E se l'ha fatto, mi è sfuggito.
Braccato da giornalisti, testimoni, prove schiaccianti e Usada (agenzia mondiale anti-doping), qualche giorno fa la confessione ai microfoni della nota Winfrey Oprah. Una confessione a metà, senza nominare chi l'ha aiutato, chi erano i complici, come tutto è iniziato, chi erano i vertici che lo coprivano. Cosa stava accadendo veramente al ciclismo in quel decennio e non solo. La confessione di un opportunista, di un non-pentito, di un uomo che tenta di salvare il salvabile e che ha ammesso l'uso di cocktail dopanti di testosterone e eritropoietina sì, ma a partire dai "mid nineties" (vedere versione intervista in lingua originale): metà anni novanta. Improbabile, visto che Armstrong divenne campione del mondo a Oslo nel 1993 a soli 22 anni, proprio negli anni in cui, stando ai pentiti, i ciclisti facevano uso di dosi di Epo come fossero caramelle della nonna. Probabilmente per salvare l'unico trofeo che non gli è ancora stato confiscato.
Un campione. Un bandito. Un campione diventato bandito. Un bandito che si è scoperto campione.
Ora Lance Armstrong perderà tutto. Non solo tutto ciò che ha vinto. Le cause legali dilapideranno il suo patrimonio. Passerà i prossimi anni e forse il resto della sua vita a doversi difendere e a dover spiegazioni ai magistrati americani, all'Unione Ciclistica Internazionale, all'agenzia mondiale antidoping, agli sponsor che vorranno i milioni indietro. Già sa, che nessuno di loro crederà più alle sue parole.
Il fine giustifica i mezzi, diceva Machiavelli. Citazione discutibile, ma che un uomo moralmente soggettivamente deprecabile come me ha sempre amato.
Ma in queste pagine di storia che dei mediocri non ha memoria, un uomo ha sacrificato la sua credibilità futura pur di passare più di un decennio sulla cresta dell'onda. Un uomo ha imbrogliato facendo ciò che facevano gli altri imbroglioni, per issarsi sul piedistallo della gloria per un decennio. Gloria che era destinata ad avere una fine, ma una gloria inarrivabile ai più.
Usare tutto come mezzi e il limite di se stessi come fine. Ognuno ha semplicemente una visione diversa della vita. Se la mia fosse perfetta, non mi chiamerei L'Errante.
Lance Armstrong verrà cancellato, spazzato via con la forza dalla storia del ciclismo e non solo.
Ha mentito per anni. Ma nei miei ricordi, rimarrà sempre l'uomo che ha sconfitto un tumore e il ciclista che ha dominato per anni prendendosi tutto e lasciando le briciole come il più vincente dei tiranni.
Au revoir, my cowboy.

P.M